#04 Villa Cimena – Francesca Dondoglio

Su invito di KEART – con il supporto della Galleria Umberto Benappi – l’artista contemporanea
Francesca Dondoglio si confronta con il vuoto alle pareti della sala di villa Cimena,
provvisoriamente orfane delle opere in restauro. La pittura contemporanea è chiamata in
soccorso per compensare un’assenza, per ri-arredare fedelmente, senza tradire, prefigurando, piuttosto, come un omaggio, una grazia, il futuro splendore dei teleri restaurati. Ciò può
accadere perché il linguaggio pittorico di Francesca Dondoglio rinuncia in modo perentorio alla figurazione e al concetto, in favore di una dimensione di potente luminosità primordiale
anteriore a qualsiasi figura. Si tratta di un gesto radicale che però cela un paradosso: pur non
costretto in alcun tipo di simbolo, riesce ad evitare l’insignificanza del vuoto (nella fattispecie
quello lasciato dai teleri rimossi), evocando quel simbolo assente in modo vivo e profondo.
Nel caso di Dondoglio, perciò, non basta parlare di arte astratta o informale. La sua pittura
mette in discussione tali categorie. La novità è forse da rintracciare nel rapporto, inedito per
una pratica squisitamente pittorica, che si osserva tra il corpo dell’artista – da intendere come
inscindibile unità psico-cinetica – e i materiali impiegati. Nei quadri – bande di colore
palpitante che si originano una dall’altra in un’irradianza incessante – materia e gesto si
fondono. Pastelli, acrilici e oli sono la materia-energia privilegiata con cui l’artista ingaggia un
reale corpo a corpo. A essere direttamente implicate nel processo agonistico di creazione
sono mani, braccia, piedi, il cui utilizzo come strumenti, ma che strumenti non sono, richiede
un susseguirsi di posizioni, di schemi corporei, di spasmi muscolari, in una specie di movenza
di carattere rituale. Per questo, Dondoglio non stende il colore, ma lo fonda. Esso non si
costituisce sulla tavolozza, mentale o materiale che sia, ma nell’atto di tendersi, di inarcarsi, di
respirare, di trovare il punto d’equilibrio. Un colore organico e vivente, vertiginoso nel suo
amniotico splendore.


Giovanni Burali d’Arezzo

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